Aprile è il più crudele dei mesi. Maggio, poi, non ne parliamo… meglio andare ad arrampicare. Era dunque il
29 maggio 1977. Quarto tentativo.
Quarto tentativo su Hellza, con Giorgio e Fabrizio. Le cose si fanno serie. Giorgio sul tiro del diedro, dopo il terrazzone alla fine del traverso.
Stavolta siamo io, Giorgio e Fabrizio. Mentre viaggiamo verso Gaeta calcoliamo che finora ci sono voluti tre giorni diluiti in nove mesi per fare un tiro di corda, e che quindi se si va avanti di questo passo per il seguito saranno necessari circa altri quindici tentativi, il che vuol dire che, continuando con questo ritmo, rischiamo di chiudere la faccenda tra quattro o cinque anni. Sarà meglio darci una mossa.
Il traverso viene sgominato rapidamente (e per me so’ sette) e si ritrova ornato da un graziosissimo chiodo nuovo di pregevole quanto rara fattura. Giorgio aveva portato alcune di queste meraviglie tecnologiche, prodotte artigianalmente in Trentino da Platter (Carlo di nome, mi sembra), con cui era in contatto per storie di scuola centrale di alpinismo o simili. Erano dei chiodi stupendi, in una lega inossidabile, resistenti e leggerissimi, perfettamente adatti al calcare di Gaeta e alle condizioni ambientali del posto (quel chiodo Platter sta ancora lì, alla fine del traverso, e tiene ancora meglio di qualche spit piantato nei dintorni dieci anni più tardi; e ancora lì stanno, e svolgono egregiamente la loro funzione, un paio di suoi fratelli che Giorgio piantò e lasciò quel giorno sul secondo tiro).