Eravamo rimasti a quella notte del '79 quando, usciti dalla Démande, avevamo saltato la cena e ci eravamo ripromessi di tornare. Prima di tornare, però, di tempo ne è passato un po' di più di quanto non pensassi. In Verdon ho rimesso il naso ai primi di ottobre del 1985 (poco prima, come debitamente narrato da Smilzo, c'era stata la visita di Smilzo medesimo insieme a Medioverme, il Dibba e il Ciato). In quei sei anni erano cambiate tante cose, ma una soprattutto: era arrivata l'arrampicata sportiva, anche se ancora non si chiamava così. E la cosa aveva cambiato, sia pure di poco e con fatica, anche l'ottica, se non il livello, di chi era nato alpinista - come il sottoscritto. Tra Sperlonga, l'arrivo degli spit, le vie fatte calandosi da sopra, le scarpette un po' migliori di quelle che si usavano cinque anni prima, anche la prospettiva di andarsi a cacciare su alcune delle vie mitiche del Verdon non appariva più così terrificante come una volta. E poi circolava più informazione, ed era uscita la guida. Che aveva i gradi "francesi" di una volta, quando ancora non si diceva 6a, 6b, 6c ma VIa, VIb e VIc (oppure, in alternativa, VI-, VI, VI+) e non ci si capiva più niente, a parte la regola empirica - valida per le pippe come me - per cui V+ poteva voler dire tutto e comunque includeva tutto il fattibile, mentre quando c'era scritto VI era roba per quelli bravi. A complicare le cose, poi, trovavi spesso cose del tipo VIa > A0, oppure VIc > A1, che più o meno voleva dire che quel tiro era stato aperto in artificiale ma poi era stato fatto in arrampicata libera però si poteva ancora fare in artif, ammesso che i liberatori non lo avessero schiodato, cosa che dalla guida non era dato scoprire. Quindi era tutto una sorpresa...
E sull'Escalés erano fiorite le vie di nuova generazione, e le "vecchie" classiche ci aspettavano. Nell'estate '85 ero stato in Yosemite, e avevo ripreso i contatti con Lin, un'amica conosciuta anni prima nel mio primo soggiorno sulla East Coast. Appuntamento all'aeroporto di Genova il 30 settembre, destinazione Verdon...
Tutto comincia nel migliore dei modi. L'aereo di Lin atterra puntuale, ci trasferiamo rapidamente a Finale per un'ottima cena alla locanda del Rio (dove il livello delle salite che progettiamo di fare nei prossimi giorni cresce in modo inversamente proporzionale al livello del vino nelle bottiglie), il giorno dopo due o tre vie a Monte Cucco, tanto per abituare un po' Lin allo stile di arrampicata sul calcare (che poi il calcare di Finale non c'entra niente con quello del Verdon, ma io questo non glielo dico), e nel pomeriggio via verso la frontiera, per essere in serata a La Palud.
Solo che alla frontiera Lin si accorge di aver dimenticato alla locanda del Rio metà del suo bagaglio.
Dietrofront, recupero del bagaglio, telefonata a La Palud per avvertire che arriveremo con un giorno di ritardo... La notte passa in un piccolo alberghetto appena fuori Nizza, dove matura la ferrea determinazione che il contrattempo non può costringerci a sovvertire il programma. Domani, 1 ottobre, il programma prevedeva l'Eperon Sublime, e Eperon Sublime sarà. Partenza all'alba, e alle otto siamo in vista dell'obiettivo. Non so che effetto faccia a Lin; io la vista la conosco già, ma la sensazione che si prova ad affacciarsi dal belvedere è sempre la stessa, la stessa leggera stretta alla bocca dello stomaco quando pensi che tra poco dovrai calarti laggiù per poi risalire su per di là...
Oggi, calarsi in doppia fino ai vari Jardins per poi risalire, è pratica corrente e che non preoccupa più di tanto: anche se la presenza di calate attrezzate su solidi ancoraggi con catene non cancella mai del tutto, specie la prima volta, quella sottile angoscia di cui sopra. Ma allora... allora, per raggiungere il grande terrazzo da cui partono Luna-Bong, Eperon Sublime eccetera, non c'erano né catene né spit né la moltitudine di linee di calata diverse che ci sono oggi; allora, c'era solo la discesa "attrezzata" lungo la Luna-Bong, dove "attrezzata" significava che la prima doppia era su due chiodi con cordino, la seconda su un cordone attorno al ginepro della sosta, e così via terrificando. Era la calata inaugurata qualche anno prima da Stéphane Troussier e Jacques Perrier "Pschitt", i primi ad avere l'idea di affrontare le linee che non partivano direttamente dalla base della falesia calandosi dall'alto anziché raggiungendone l'attacco con le prime lunghezze della Démande e poi traversando lungo le cenge e i boschetti sospesi. E mentre con Lin vaghiamo sull'orlo dell'Escalès alla ricerca dell'ancoraggio della prima doppia, mi rigirano nel cervello le parole con cui Troussier aveva raccontato la storia di quella prima discesa nel famoso numero speciale di AlpiRando: "J'étais vert. Pschitt aussi".
Lin non sembra tanto verde, forse per incoscienza. Io lo sono abbastanza, ma cerco di non darlo a vedere. Comunque, i nodi in fondo alle corde li faccio più grandi del solito. E sono ben contento di vederli così grandi, quando dopo i primi tre metri di discesa vado oltre l'orlo strapiombante e vedo i capi delle corde dondolare nel vuoto quaranta metri più in basso, col Verdon bello verde trecento metri più giù. Tre metri prima dei nodi, un pendolo permette di acchiappare un ramo del ginepro della sosta. Lin mi raggiunge, e una volta recuperate le corde c'è una sola via d'uscita: arrivare in fondo, e tornare su in qualche modo. No, in effetti si potrebbe anche, in un'emergenza, provare a traversare tutto il Jardin, raggiungere la Démande e calarsi fino al sentiero Martel nel fondo delle gole, ma è un'opzione che non merita neanche di essere presa in considerazione.
L'Eperon Sublime merita in pieno il suo nome, e la traversata sul filo del pilastro verso la fine della via è uno di quei tiri di corda che ti segnano per una vita...
Con l'Eperon Sublime in tasca, siamo contenti ma riteniamo di non esserci ancora meritati il famoso gigot d'agneau. Per quello, abbiamo in programma il colpo grosso. Grosso per noi, almeno. Pochi anni prima, il solo pensiero di andarmi a cacciare su una via così non mi avrebbe nemmeno sfiorato. Domani, invece, andremo a vedere se e come si esce da Pichenibule.
Gianni Battimelli
(continua)
Bravo.
Nonostante conosca bene il seguito, sei riuscito a creare una bella suspence... ;-)
Scritto da: bummi | 03/04/2011 a 02:09 p.