Ovvero: come un manipolo di lucidi scapestrati portò un nuovo modo di scalare in Dolomiti.
In questo fotomontaggio di Heinz Mariacher, fra gli altri: Roberto Bassi, Luisa Jovane, Heinz Mariacher, Manolo, Tone Valeruz, Bruno Pederiva, Pierluigi Bini, Vito Plumari, Reinhard Schiestl e Luggi Rieser.
"Non andavamo per fare grado, ma per fare stile".
Heinz Mariacher
Si partiva sempre rigorosamente all'alba: scarponi pesanti, pantaloni al ginocchio e passamontagna calato sul viso se solo era nuvolo. Sembravamo proprio dei veri scalatori!
Un giorno ho litigato con il mio amico e mi sono ritrovato solo al Morra. Me la cavavo quel tanto che bastava per avventurarmi "in solitudine" sulle vie più facili della parete quando, ancora convinto di essere l'unico in tutta la falesia, ho visto comparire silenzioso, agile e veloce come un gatto, arrampicando slegato e in discesa, un ragazzino dalla leggera peluria al posto dei baffi, tuta ginnica tutt'altro che nuova e scarpe da tennis ai piedi. Mi raggiunge e, balbettando, mi fa: "A... a... arrampichiamo insieme?"
"Ok!" gli rispondo bello bello nel mio maglione rosso, fatto fare apposta a mia madre come quello dei veri scalatori. E cominciamo - io sempre e solo da secondo - a fare su e giù per chissà quante vie, secondo le sue bizzarre fantasie (da quando in qua si scala anche in discesa?!).
A fine giornata mi propone: "A... a... andiamo in Do... Do... Dolomiti insieme?"
"Ok! Guarda però che io non ci sono mai stato, ho solo scalato qui e una volta al Gran Sasso...", è la mia risposta.
"No... no... non ti preoccupare, ci pe... pe... penso io!", conclude lui.
Autostop Roma - Passo Sella e più o meno alle due di un pomeriggio quasi piovoso del Giugno del '77 sto scavalcando un muretto per entrare in una casa cantoniera abbandonata che, mi spiega, diverrà il nostro economico rifugio.
Dopo cinque minuti che siamo lì mi fa: "Da... da... dai, andiamo a scalare!"
Lo guardo e gli dico: "Ma... ma... ma che sei scemo? A scalare a quest'ora in Dolomiti?"
Sorridendo mi dice: "No... no... non ti preoccupare, ci pe... pe... penso io!"
Ma io mi preoccupo, altro che se mi preoccupo: da quando in qua si va di pomeriggio a scalare montagne invece che all'alba? Non riesco però a fare la figura del fifone e trascinandomi dietro angosce e paure, oltre che i pesanti scarponi e quant'altro, buono buono lo seguo. Rapidamente usciamo così dai 350 metri della Del Torso al Piz Ciavazes. Meraviglia!
"E' stato un grosso azzardo", penso, "però ce l'abbiamo fatta! Non avrei mai creduto che saremmo riusciti a scendere con la luce del giorno."
Camminiamo lungo la Cengia del Camosci, passando sotto la prima Torre del Sella. Già cerco con lo sguardo la nostra casa cantoniera, gradito rifugio dentro il quale nessuno mi toglierà la soddisfazione di un grosso sospiro di sollievo, quando lui mi fa: "Da... da... dai che ne fa... fa... facciamo un'altra!"
Ora non ricordo bene cosa possa aver pensato, probabilmente me lo sarò fatto ripetere un'altra volta convinto di aver capito male, ma sicuramente, dopo essermi fatto piccolo piccolo, gli ho chiesto: "Se... se... sei sicuro?" E' tardissimo..."
"No... no... non ti preoccupare, ci pe... pe... penso io!", mi risponde.
Così, alle 18 di quello straordinario e stravolgente giorno, mandai alla malora tutte le convinzioni su come arrampicare facendomi discepolo e allievo di questo eccezionale ragazzino che scalava le montagne come se giocasse a pallone.
In un baleno scalammo la via Trenker alla Prima Torre, superando le ultime cordate della giornata: per certo mi ricordo che sperai fossero in parete fin dall'alba!
Massimo Marcheggiani (dall'introduzione a "Rotti e stracciati" di Alberto Sciamplicotti)
Questo pezzo è emblematico nel dare la dimensione dello stacco fra il modo di andare in montagna dell'establishement e quello di un manipolo di giovani rivoluzionari che in pochi anni sovvertirono convenzioni ed abitudini.
Fra il modello tradizionale propugnato dal CAI e dai grandi alpinisti degli anni passati (un alpinismo di lotta, sofferenza e - se tutta andava bene - conquista) a confronto - e molto spesso aperto scontro - con un modello libero, scanzonato, dissacrante e corrosivo ma allo stesso tempo denso di principi ed ispirazioni.
Scarponi contro scarpe da ginnastica, sveglie all'alba contro partenza pomeridiane, lunghe permanenze in parete contro corse in velocità, chiodi faticosamente battuti ed estratti contro filate di corda senza alcuna protezione, staffe contro arrampicata progressivamente sempre più libera.
Pierluigi Bini è lo spirito più libero e giocoso, come dice Marcheggiani "scalava le montagne come se giocasse a pallone".
Heinz Mariacher, tirolese classe 1955, è il guru: il più forte, il più determinato, il più assiduo, profondo e rigoroso nella ricerca di un nuovo approccio alla montagna e all'arrampicata su roccia. Mente e braccio.
Luggi Rieser (poi cambiatosi il nome in Swami Prem Darshano) e Reinhard Schiestl (Messner lo definisce, assieme a Mariacher, "il prototipo dell'arrampicatore da grandi pareti nelle Alpi Orientali"), anch'essi austriaci, compongono una cordata fortissima ed assortita in modo del tutto eterogeneo: tanto esplosivo e guascone Rieser quanto timido e schivo Schiestl.
Liberi, scanzonati, dissacranti, corrosivi, abbiamo detto.
A cominciare dall'abbigliamento.
Ecco Rieser impegnato in parete con il suo famigerato e consunto frac giallo (e con il suo cappello a cilindro), sicuramente una delle mise più fantasiose e caratteristiche della storia dell'alpinismo:
Piero Bini e le sue Superga ("er piede se piega") li vediamo ritratti nella foto di apertura, oltre che nel post dedicato a lui ed al Vecchiaccio. A proposito, il Vecchiaccio Vito Plumari, compagno di Bini, in fatto di calzature originali non è secondo a nessuno: un paio di scarpe da ginnastica recuperate chissà dove e piuttosto ampie per alloggiare il tappo di sughero che sistemava al posto delle dita amputate per un congelamento patito in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ma anche Heinz Mariacher, con uno sfavillante basco rosso, impegnanto sulle ripide placche della "Via attraverso il Pesce" (mitica linea sulla parete Sud della Marmolada di Rocca) fa la sua porca figura:
Quando non indossava il basco, Heinz era solito arrampicare con un cappello di feltro ingraziosito da una piuma, alla moda di epoche lontane.
Ma questi ragazzi dissacranti e corrosivi erano anche nei fatti.
Al di là della velocità e dei livelli di difficoltà che riuscivano ad affrontare, su entrambi i fronti a livelli tali da fare impallidire la quasi totalità dei rappresentanti dell'alpinismo vecchio stile, alcuni episodi sono rappresentativi del loro spirito.
Ad esempio quello in cui Mariacher, apprendendo che una cordata tedesca aveva aperto una via sul Ciavazes, il suo regno, valutandola VII grado (difficoltà che a quei tempi aveva il sapore del proibito visto che la scala ufficiale Welzembach era appena stata aperta, dopo discussioni non ancora sopite, oltre il VI+) partì e la ripetè a vista slegato. Disse che gli aveva dato fastidio che qualcuno avesse scelto il suo territorio per portarci le sue "beghe" ed il suo spirito di competizione.
In questa mitica foto invece Heinz sale la via Micheluzzi (una classica di VI grado) slegato, in inverno, con i moon boot ai piedi:
Ma c'è di più: Luggi Rieser sale la via Italia '61 (impressionante linea di arrampicata artificiale aperta negli anni '60, sempre sul Ciavazes, da Bepi De Francesch, su per uno spigolone giallo strapiombante interrotto da due pronunciati tetti) assieme ad un Peter Brandstatter... con una gamba ingessata! A dimostrazione del fatto che questo tipo di salita è la negazione dell'arrampicata e non è altro che un esercizio fisico che esprime intelligenza motoria pressoché nulla. Naturalmente - e lo si intravede dalla foto - Peter portò con sé delle stampelle da usare nella discesa a piedi per la Cengia dei Camosci!
Lo spirito di questi ragazzi era libero, imprevedibile e a tratti un po' folle.
Che dire di un Heinz Mariacher dodicenne che pedala per venti kilometri e dopo millecinquecento metri di avvicinamento attacca una via sul Rofan (dietro casa sua) salendola in scarpe e calzini di tutti i giorni e affrontando difficoltà fino al V+ (su una variantre percorsa per sbaglio)? Heinz la definisce la più grande avventura della propria vita; era il 1968.
E' lo stesso Heinz che, anni dopo, dalla cima del pilastro di Mezzo in Sass dla Crusc tira palle di neve ad un incredulo Rieser impegnato su uno dei tratti più difficili della via. O, sempre in Sass dla Crusc, con Rieser e Luisa Iovane, si finge un escursionista diperso camminando a mani in tasca su una cengia sottilissima sospesa su un abisso in mezzo alla parete... "Scusate, è di qua che passa la ferrata?" chiede a degli allucinati scalatori che stanno percorrendo il Diedro Mayerl. Mariacher non sa che fra di essi c'è anche il direttore dei corsi guide austriaci, con cui battibeccherà in seguito.
Mariacher ha sempre cercato di confrontarsi in modo del tutto onesto con la roccia: si è dato delle regole ed ha sempre cercato di rispettarle.
E' stato Pete Livesey, nell'Agosto del 1979, a mostrargli la via: Pete fece la prima salita in completa arrampicata libera della Costantini-Apollonio sul pilastro di Rozes e ripeté quasi totalmente in libera alcune altre vie molto difficili di arrampicata artificiale.
Da quel momento Heinz ha cominciato ad allenarsi ed a sviluppare una propria etica ben definita: la ricerca dell'arrampicata libera in un'ottica di progressione tradizionale, senza l'utilizzo dello spit o del chiodo a pressione.
In questo stile ha aperto la sua via capolavoro: "Modern Zeiten" sulla Sud delle Marmolada.
Per seguire questo stile ha rinunciato ad uno dei suoi sogni, percorrere per primo quella linea che sarebbe poi diventata la "Via attraverso il Pesce", aperta dai cecoslovacchi Koller e Sustr con l'utilizzo di teniche di progressione artificiale. Ma questa è un'altra storia, e la racconteremo presto.
La differenza fra il modo di scalare di questi ragazzi e quello della generazione precedente è ben sintetizzato dall'episodio in cui Mariacher incontra Pit Schubert (forte alpinista che aprì belle e difficili vie in Dolomiti, apprezzate ancora adesso) sulla Torre Venezia, in Civetta, nel 1974.
Erano su da due o tre giorni, stavano aprendo una via nuova a sinistra della Tissi. Noi andavamo su per la Tissi, e a metà parete ho notato i tedeschi 20 metri sopra di me, sulla sinistra. Sopra di loro la parete era verticale ma mi sembrava ben appigliata. Così ho decispo di abbandonare la Tissi e ho attraversato verso la loro sosta. Li ho superati senza toccare un chiodo. Mi ricordo ancora il commento di uno di loro: "... ma questa è una nuova via, avete sbagliato percorso!" Divertito, ho risposto: "Fa lo stesso..." e ho continuato per 40 metri senza mettere neanche una protezione. Alla fine siamo arrivati in cima seguendo la linea che loro avevano progettato, mettendo solo qualche dado. Dopo cena, al rifugio, abbiamo visto la luce delle loro pile poco sopra il punto in cui li avevamo superati. Stavano preparandosi per un altro bivacco in parete.
Anche questi ragazzi erano animati da una volontà di conquista, come i loro predecessori.
L'oggetto del loro desiderio di conquista non era più tanto e solo una cima, una parete, una roccia, ma uno stile di salita; non il cosa, ma il come.
In questo non si può fare a meno di sentire l'influenza del grande Reinhold Messner, seduto a cavalcioni fra il vecchio ed il nuovo ma su molte cose assolutamente un precursore:
"In alpinismo l’evoluzione risiede nel “come”. Io mi sforzo di affinare la mia tecnica di arrampicata, di esercitare l’occhio, di aumentare la mia resistenza. Voglio mettere alla prova i miei progressi, e questo posso farlo nel modo migliore con una prima ascensione, con l’apertura di itinerari nuovi e arditi. Una salita è tanto più ardita quanto minore è l’impiego di materiale in rapporto alle difficoltà complessive. Molti dei più grossi problemi delle Alpi sono stati risolti. Se noi impariamo a rinunciare, la scoperta delle Alpi non ha fine."
In questa ricerca però questi ragazzi non hanno mai perso il gusto del gioco; il loro modo di vestire, di atteggiarsi, di salire, oltre che l'espressione di un rifiuto per i canoni in vigore, è anche un'esplosione di libertà, di gioco e di follia.
Scrive Rieser, raccontando un episodio di scalata:
Splendida arrampicata su placche, roccia grigionera, solida e ripida. Mi godo ogni pezzettino di roccia e lascio diventare l'arrampicata come l'acqua di un torrente di montagna, che spumeggia da masso a masso, allegramente spruzzando. Dopo 50 metri mi ferma la corda, come sempre, e attrezzo la sosta. I primi colpi di martello risuonano nell'aria e a Thomas di colpo un pensiero passa per la testa, e concitato mi annuncia la notizia: "Ho dimenticato il martello, in macchina!" - silenzio. Guardo in alto - bene! Il pilastro fino alla macchia di rocce gialle, non strapiomba? Abbiamo solo una manciata di chiodi. Dobbiamo risparmiarli per sopra, non posso sprecarli già qui. Così avvenne che tirai l'intera salita senza usare alcun chiodo. Né per le soste né per le protezioni intermedie. [...] In poco tempo arriviamo sotto le rocce gialle a forma di pera. E qui inizia il sommo dei piaceri: due strapiombi neri e una seguente fessura verticale, munita di ottime prese sulle quali si può salire che è una vera gioia. Questo per me è arrampicare. Onde di energia positive mi inondano e mi trascinano nel mondo della dinamicità, facendomi salire euforicamente.
Sì, un gioco. Un gioco piuttosto pericoloso. Questi ragazzi hanno rischiato tantissimo.
Ma io non posso che astenermi da ogni forma di giudizio rispetto a tutto questo, così come non posso non rimanere profondamente affascinato ed emozionato dal loro spirito, dalla loro fantasia e dalla loro capacità di vedere ed andare oltre, di fare qualcosa di nuovo, di lasciarsi trasportare dalle proprie pulsioni e passioni avendo la forza, la costanza e la determinazione per guadagnarsi gli strumenti e le capacità necessarie ad alimentarle.
---
Fonti:
ALP grandi montagne #23: Gruppo di Sella
ALP grandi montagne #12: Marmolada
ALP speciale ritratti #IV: Luisa Iovane Heinz Mariacher
Commenti